13° piano

Non si raggiunge con l'ascensore: è uno stato mentale.


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Di scarsa professionalità e di un Paese alla deriva

La settimana è stata lunga e, come sempre, stancante. Negli ultimi tempi avverto sempre più di frequente una sorta di lacerazione interna, come se la mia persona si stia adattando a vivere due vite differenti e parallele: una universitaria e una a casa, con gli impegni personali e familiari che si accumulano e richiedono attenzione.

Spendendo la maggior parte di questa vita bipolare all’università io e lo studio siamo come due fratelli che si guardano di soppiatto, a volte ci piacciamo e a volte ci detestiamo. A questo si aggiunge, come contorno, il contatto quotidiano con i docenti che fanno del destabilizzarmi e sconvolgermi una missione quotidiana.

Proprio durante la scorsa settimana ho avuto la riprova che, per taluni di questi docenti, la professionalità è cosa sconosciuta ed anche molesta.

Di fronte alla medesima richiesta di un programma d’esame ho assistito e vissuto a due risposte diverse e date con due atteggiamenti diversi: da una parte stizza e assoluta reticenza a dare quantomeno delle indicazioni su cosa studiare; dall’atra simpatia e, a seguire, una serie di “fraterni” consigli su cosa studiare e cosa tralasciare.

Il discrimine tra le due? La presenza di un bel paio di tette.

Ecco, io mi chiedo come questo Paese possa andare avanti quando nell’Università, che dovrebbe formare l’élite del domani (c’è qualcuno che ci crede ancora? Se sì, presentatemelo, ve ne prego), vegetano questi personaggi dalla dubbia cultura e dalla professionalità ancora più evanescente.

Non chiedo Professori asessuati o immuni al fascino di una bella ragazza; chiedo professionalità. Vorrei professori consci del loro ruolo che presentino programmi in tempo utile per far studiare gli studenti e siano obiettivi e corretti nel dare risposte alle domande degli studenti.

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Amicizia (?)

Ricordo che tempo fa un’amica mi dedicò la canzone di Toy Story, “You’ve got a friend in me”; a quel tempo mi fece piacere e pensai fosse un bel pensiero.

Oggi a ripensarci sento una morsa allo stomaco: non penso di esserle mai stato amico e nemmeno penso di esserlo con chiunque altro. Non ho mai dato loro la fiducia necessaria per conoscermi per come realmente sono, non ho mai avuto il desiderio di raccontare loro le mie preoccupazioni o paure, non ho mai dato loro la possibilità di aiutarmi o di starmi vicino.

L’amicizia con me è una gran bella facciata, dietro il muro, il nulla.


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Dieci piccoli indiani – Agatha Christie

In casa sono cresciuto con una moltitudine di libri gialli: i miei genitori, e soprattutto mio padre, ne sono assolutamente stregati. Io invece, fin da piccolo, li ho guardati con un occhio di malcelato disprezzo: non mi spiegavo la ragione per cui gli adulti volessero trascorrere il tempo libero a seguire le vicende delle vittime e dei loro carnefici.

Proprio ieri invece ho terminato la lettura di Dieci piccoli indiani, quello che molti ritengono il capolavoro di Agatha Christie. L’impulso primario a leggerlo mi è scaturito dal pensiero che, giunto ormai alla veneranda età di 21 anni, fosse giunto il momento di colmare questo vuoto per potermi fregiare del titolo di “Buon lettore”.

Ebbene, ne sono rimasto completamente stregato.

Dall’inizio alla fine del romanzo non vi è stato un singolo momento in cui non abbia desiderato di correre, voracemente, alla pagina successiva per sapere, per disvelare l’arcano celato in quelle pagine. Persino nell’iniziale descrizione dei personaggi, che pure sarebbe potuta risultare noiosa, ho apprezzato e gioito della logica ferma della scrittrice, come a volerci presentare le vittime con occhio accorto, proprio del killer.

Infine, ed è forse la cosa che mi ha colpito di più, vorrei fare un cenno all’enorme lavoro di analisi e di comprensione della psiche umana che si cela dietro la scrittura di un libro del genere. 
Per sua indole, e per la natura stessa dell’opera, credo che il lettore si ponga davanti al giallo con l’intento di comprendere chi sia l’assassino prima che il mistero venga risolto dalle pagine; ebbene, Agatha Christie sembra giocare con il lettore, dalla prima all’ultima pagina, proprio a questo gioco. 

Mano a mano che procedevo nella lettura e mi facevo una mia idea su chi potesse essere l’attore degli omicidi venivo smentito, pagina dopo pagina, e sempre più mi arrovellavo a cercare di comprendere il mistero.

E alla fine, quando il romanzo si chiude in modo così magistrale, quando ogni pezzo si incastra nel posto giusto e non vi è la benché minima sbavatura… Beh, a quel punto si sorride per l’essere stati giocati da una mente tanto magistrale ed eccelsa.


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Follow Up

La vita nel frattempo va avanti; mentre questo piccolo angolo del Web rimaneva ad accumulare muffa e polvere la vita è andata avanti, impedendomi di guardare alle persone lasciate, alle esperienze fatte e alle emozioni provate.

L’università, per dirla in breve, mi ha travolto e intrappolato in un ritmo talmente forsennato e caotico che non ho avuto il tempo per pensare a cosa è stato il passato o a come stavo bene con le persone di prima. Semplicemente lo step del rimpianto, della nostalgia e della paura per la novità è durato meno di un nanosecondo e mi sono trovato catapultato in un mondo nuovo, pieno di cose da fare e sempre impegnato.
Solo adesso, dopo ben 13 giorni di vacanza, sono riuscito a mettere ordine nella mia testa e a formare un giudizio su questo anno trascorso.

Dal punto di vista accademico non posso certo lamentarmi: andare in vacanza il 6 luglio andava oltre le mie più rosee aspettative. Purtroppo invece dal punto di vista relazionale è stato un anno molto strano: ho trovato delle persone che a prima vista mi erano sembrate simpatiche, interessanti e di mente aperta che invece si sono rivelate tutto il contrario e allo stesso tempo mi sono imbattuto in poche persone con cui ho costruito un rapporto bellissimo che spero possa continuare per tutto il percorso universitario.

Purtroppo, come mi avevano detto, l’ambiente universitario a Medicina non è esattamente rosa e fiori. All’inizio non avevo voluto crederci ma come al solito la Vita ha pensato di farmi riprendere e di farmi capire che spesso quello che ci sta intorno non è quello che ci aspettavamo: adesso, a mente fredda, mi rendo conto che le persone che inizialmente mi avevano dato una buona impressione si sono rivelate quelle da evitare con la maggiore cautela.
Mi spiego: lo spirito di competizione, di arrivismo, di perfezione e il costante tentativo di soverchiare il prossimo sono sostanzialmente valori fondanti della comunità universitaria di Medicina.

Ora sto sicuramente esagerando perché, come dicevo prima, ho trovato anche delle persone estremamente buone, gentili e disposte nei confronti degli altri con cui mi sto trovando molto bene.
Per riassumere credo che potrei suddividere i miei compagni di corso in tre grandi categorie:
– I “se posso schiacciarti il cranio è meglio”: composta dallo studente tipico di Medicina che per vivere deve dare prova della sua superiorità intellettuale almeno una volta al giorno
– I “normali”: composta da persone normali che sembrano in grado di instaurare normali interazioni sociali con il prossimo e che studiano il giusto
– Gli “espansivi”: li chiamo così perché gli appartenenti alla categoria, nel mio corso, sono appunto di questa risma; sono persone ultraespansive che conoscono tutte e 150 le persone che frequentano il corso  e prendono la vita con molta leggerezza: discoteca, feste tutte le sere ed esami preparati in due settimane (beati loro!).

Insomma… Non ho ben capito nemmeno io qual’è stato il senso di questo post, ma mi ha fatto piacere scriverlo =)


2 commenti

Stati d’animo

“Bisognerebbe avere idee chiare, freddezza, consapevolezza di sé, capacità di analisi, altro che sentimentalismi e debolezze…”

Devo ringraziare Jonuzza, una persona davvero speciale, perché con questa frase è riuscita a portare chiarezza dove io vedevo solo confusione e paura.
Grazie, di tutto.


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Friends…

Amico.
A volte mi illudo che questa parola possa significare davvero qualcosa.
Spesso mi rendo conto che la carica, l’energia e la voglia di stare insieme che investo in un rapporto sono proporzionali alla delusione che ne deriverà.
Vorrei davvero riuscire ad essere così: cinico, forte e insensibile.
Lo vorrei tanto perché ormai ho imparato a mie spese che quanto più cerco di costruire tanto più verrà distrutto.
Desidero tanto soffocare questi moti dell’animo che sadicamente mi tormentano.
Vorrei imparare a non fidarmi alla prima occhiata, ad essere diverso nell’approccio con gli altri dimostrando scaltrezza e astuzia.

Vorrei solo trovare persone sincere, che siano in grado di essermi amiche fino in fondo, o di non esserlo affatto.