13° piano

Non si raggiunge con l'ascensore: è uno stato mentale.

L’ospite inatteso

Lascia un commento

Trovo che ci sia qualcosa di splendido e misterioso nel modo in cui certi film, pur non sbancando ai botteghini e rinunciando ad effetti speciali degni del MIT, riescono a pungerti nel vivo e a farti riflettere. Suppongo che questa capacità di emozionare risieda, come spesso accade, nelle cose più piccole e meno eclatanti.

L’ospite inatteso, di Thomas McCarthy, è uno di questi film. Una storia mutuata dalla realtà quotidiana che pur nella semplicità della trama riesce a toccare in modo dolce e pacato temi di grande importanza morale e filosofica. Racconta la vicenda di un uomo, professore universitario avanti con gli anni che “sopravvivendo” nel Connecticut sembra trascinare la sua esistenza con il solo scopo di imparare a suonare il pianoforte, memoria della moglie defunta.
D’un tratto viene proiettato in una realtà altra da se, scaraventato dal corso degli eventi nella Grande Mela si ritrova a dover condividere il suo appartamento con due ragazzi Tarek e Zainab, a cui il suo appartamento è stato affittato con l’inganno.
Da qui il film sembra prende le vesti di un Bildungsroman; il nostro professore riprende in modo improvviso i contatti con un mondo affettivo che, forse, aveva volutamente dimenticato dopo la morte della moglie. La comune passione per la musica che condivide con Tarek lo porta ad esplorare aspetti della realtà delle cose che prima non aveva considerato: il cambiamento psicologico sta, a mio parere, nell’importanza della musica stessa, ma soprattutto dello strumento e del recupero progressivo della componente emozionale e comunicativa del suono.

Walter, il nostro professore, suonava il pianoforte come per una sorta di obbligo nei confronti della moglie defunta, come sembrerebbe suggerire il dialogo con “l’uomo del passato”; al contrario l’incontro con Tarek lo aiuta a capire come la musica e in particolare il tamburo sia lo strumento del “non pensiero”: l’angoscia esistenziale che Walter prova per la vita si riflette nelle sue difficoltà all’approccio del pianoforte mentre il djembe lo porta ad una progressiva riappropriazione della sua identità di uomo, della sua componente primitiva.

Successivamente il film si concentra su un tema di maggiore attualità per l’ America post 11 settembre: l’atteggiamento repressivo nei confronti dell’immigrazione. La vicenda persona di Tarek, immigrato clandestino, sembra essere il banco di prova per la ritrovata “affettività” di Walter che si disinteressa completamente della sua vita da docente universitario per dedicarsi anima e corpo al caso dell’amico Tarek.

La scena finale è, sempre a mio parere, il tripudio di questa sottile matrice esistenziale contenuta nel film: Walter, abbandonati completamente i vincoli che lo tenevano abbrancato alla sua realtà di uomo composto e responsabile si lascia attraversare dalle emozioni per realizzare il desiderio di Tarek, ormai espatriato. L’uomo, conscio solo del suo rapporto viscerale con l’alter, si immerge nella dimensione umana pur restando fortemente distaccato da quest’ultima e nella scena finale Walter è finalmente l’uomo dell’affetto, emozione e sentimento allo stato puro.

Annunci

Autore: firen91

Amante del tempo ben speso; continuamente alla ricerca di un buon modo per spendere il mio tempo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...